Oggi per la rubrica iMakers conosciamo Elisabetta Liddi di Arte per Arte, incontrata personalmente in occasione del salone internazionale sull’home living – MACEF 2013 (per leggere il post relativo cliccate qui).

Ciao Elisabetta, raccontaci di te e di Arte per Arte!

Mi chiamo Elisabetta Liddi, sono di Bari, classe 1961.
Ho conseguito la maturità classica e mi sono diplomata come restauratrice di mosaici e materiali lapidei, presso la Scuola Nazionale per il restauro del mosaico di Ravenna.

Di cosa ti sei occupata e di cosa ti occupi ora?

Fino al 2005 ho lavorato come restauratrice in qualità di socio fondatore della società “Restauri del sole” di Bari. Mi sono occupata di importanti ed imponenti lavori su monumenti pubblici, soprattutto nel mio territorio, sotto le direttive delle Soprintendenze di competenza.
Dico questo perchè il lavoro di restauratore, soprattutto se svolto con i rigorosi controlli delle istituzioni, ti abitua ad un rispetto sacrale dell’opera d’arte e/o del bene culturale, lasciando poco spazio alla creatività. Forse, a un bel punto, ho trovato che questo rigore mi stesse un pò stretto: sentivo riemergere spesso una spinta verso l'”espressione”, ciò che infondo mi aveva indotto a scegliere una professione che contemplasse la “manualità” nonostante i miei studi classici.

Come e quando t’è venuta l’idea di provare ad esplorare la manualità in altri campi?

Penso che l’idea abbia sempre sonnecchiato in me ed anche di averla sempre coltivata attraverso amorose sperimentazioni con i materiali a me più cari: i tessuti, soprattutto.

Come si chiama il tuo “brand” e quali sono gli elementi che lo contraddistinguono?

tessuti/colore – tecniche/linguaggi – arte/artigianato
elementi confusi di una mia “cronica” baldanza espressiva che ho convogliato nel mio attuale spazio espositivo, nonchè studio che battezzai (e non a caso) Arte per Arte. Dove PER è la preposizione del moto per luogo, dell’attraversamento creativo di arti che conoscevo bene nella loro grammatica ma che bisognava adesso destrutturare e decodificare.

A chi sono indirizzate le tue creazioni?

Attualmente il campo nel quale mi muovo con maggiore interesse è certamente quello dell’arredamento, anche se molte delle mie installazioni più impegnative, partono da sperimentazioni avviate su piccoli oggetti, magari monili o scacciapensieri che poi evolvono, diventano presenze estetiche alle quali preferisco -per lo più- dare una funzione del tipo lampada, lampadario, cesta, etc..
Credo che questa mia predilezione per l’oggetto funzionale, dipenda molto dal fatto che desidero dialogare con una committenza eterogenea, che mi scelga e che possa trovare nei miei oggetti una cifra estetica affabulante senza dover necessariamente sobbarcarsi l’acquisto di un pezzo d’arte.

A cosa ti ispiri e da cosa trai spunto per le tue creazioni?

Molto spesso i miei lavori si confrontano con cose preesistenti (tipo la sedia “non ho l’età”) sulle quali “intreccio” i miei interventi allo scopo di riutilizzare (certamente!), ma essenzialmente di tramandare, il che – a mio giudizio- non è la stessa cosa.

Che cos’è per te il “riuso”?

Il concetto di riuso è o almeno è stato insito a quello di restauro (penso all’arte tardo-antica, al pre-romanico, etc.) ed è anche l’accezione che io trovo più eversiva, meno accademica, irriverente e terribilmente calzante alla nostra epoca di passaggio e di crisi.
Il riuso è la stratificazione degli interventi umani e delle epoche storiche senza falsi preconcetti e senza adulazione o privilegio di un’epoca rispetto ad un’altra. E’ Meraviglioso!
Attualmente l’imperativo è nella direzione della sostenibilità e perciò il riuso viene incoraggiato e pullulano esperimenti  aventi le più disparate radici, ma quelli che io prediligo sono quelli che esprimono continuità, interazione e dialogo.

Che tipo di prospettive hai per il futuro?

Riguardo alle prospettive, non saprei. Certamente penso che sia importante confrontarsi continuamente ed in questo senso i social networks svolgono un ruolo importante per la comunicazione e per l’informazione, ma credo anche che sia importante accettare la propria relatività.

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